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Dati e società: la sfida per la Pubblica Amministrazione

Didascalia

Negli ultimi anni l’Unione europea ha iniziato a trattare i dati non più come un semplice “effetto collaterale” della digitalizzazione, ma come una risorsa strategica: una sorta di carburante invisibile, che alimenta servizi migliori, innovazione economica e nuove forme di conoscenza. In questo scenario, la Pubblica Amministrazione (PA) non è soltanto un grande produttore di informazioni, ma diventa un attore chiave nella creazione di valore: perché è proprio la PA a generare, organizzare e custodire una parte significativa dei dati che descrivono il funzionamento della società, del territorio e dei servizi pubblici.

Parlare di dati significa parlare anche di regole. Ed è qui che l'approccio europeo diventa particolarmente interessante: non si tratta solo di “aprire tutto” o “tenere tutto chiuso”, ma di costruire un sistema equilibrato in cui i dati possano circolare e produrre benefici, senza mettere a rischio diritti fondamentali, sicurezza o interessi economici legittimi. In altre parole: la politica dei dati non è una moda tecnologica, ma un tentativo concreto di trasformare informazioni già esistenti in un bene collettivo, governato con responsabilità.

Il quadro comune europeo: dall’open data alla governance dei dati

La strategia europea sui dati si regge su più strumenti normativi che, nel loro insieme, definiscono un ecosistema: alcuni atti spingono verso l’apertura e il riuso, altri creano regole per condividere dati sensibili in modo controllato, altri ancora disciplinano l’accesso ai dati generati nel settore privato.

Un primo riferimento essenziale è la Direttiva (UE) 2019/1024, nota come Direttiva Open Data. Questa Direttiva rafforza un principio ormai centrale: i dati prodotti dal settore pubblico, quando non esistono vincoli specifici, devono essere resi riutilizzabili, in formati adeguati, con licenze chiare e condizioni non discriminatorie (Direttiva 2019/1024, art. 5 e art. 8). In particolare, la Direttiva introduce e valorizza la categoria dei dati di elevato valore (High-Value Datasets), cioè dataset pubblici che, per impatto economico e sociale, meritano un’attenzione speciale (Direttiva 2019/1024, art. 14).

Accanto all’open data “classico”, però, l’Europa ha voluto affrontare anche un problema spesso ignorato: molti dati non possono essere pubblicati liberamente, perché contengono informazioni personali, segreti commerciali o elementi protetti da altri diritti. Questo non significa che non possano essere usati: significa che vanno condivisi e governati con un modello diverso. È proprio qui che entra in gioco il Data Governance Act (Regolamento UE 2022/868), che introduce regole per rendere possibile il riuso di dati detenuti da soggetti pubblici, anche quando questi dati non sono “apribili” in senso stretto. Il DGA disciplina, tra l’altro, il riutilizzo di determinate categorie di dati detenuti da enti pubblici (Reg. UE 2022/868, Capo II), oltre a prevedere figure e strumenti per aumentare fiducia e trasparenza nella condivisione dei dati, come i servizi di intermediazione e il data altruism (Reg. UE 2022/868, Capi III e IV).

Questo impianto è completato da altre norme che incidono sul modo in cui i dati vengono messi a disposizione. Il Data Act (Regolamento UE 2023/2854) disciplina l’accesso ai dati generati da prodotti connessi e servizi digitali, includendo anche ipotesi di messa a disposizione verso il settore pubblico in situazioni specifiche (Reg. UE 2023/2854, Capo V). E naturalmente resta centrale il GDPR (Reg. UE 2016/679), che definisce i principi del trattamento dei dati personali, tra cui liceità, minimizzazione, limitazione delle finalità e sicurezza (Reg. UE 2016/679, art. 5 e art. 6).

Negli ultimi tempi, inoltre, anche l’AI Act (Reg. UE 2024/1689) ha contribuito a rafforzare un concetto cruciale: per sviluppare intelligenza artificiale utile e affidabile servono dati di qualità, tracciabili, governati, e utilizzati nel rispetto di principi chiari, soprattutto nei sistemi considerati “ad alto rischio” (Reg. UE 2024/1689, art. 10 sulla governance e qualità dei dati).

Il quadro italiano e il ruolo di AgID

Sul piano nazionale, la norma di riferimento è il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD - d.lgs. 82/2005), che stabilisce un principio fondamentale: i dati della PA non sono semplicemente “archivi interni”, ma devono essere gestiti in modo da favorire accesso, fruibilità e riutilizzo, nel rispetto dei limiti di legge e questa disponibilità dei dati è presupposto dell’efficienza dei servizi e della cooperazione tra enti. 

Al CAD, che stabilisce i principi, si affianca la disciplina specifica sul riuso dei dati pubblici, aggiornata anche in Italia con il recepimento della Direttiva Open Data tramite il D.Lgs. 200/2021.

In parallelo, diventano centrali gli strumenti operativi: in particolare le Linee guida AgID sull’apertura dei dati e il riutilizzo, che traducono gli obblighi normativi in scelte pratiche (formati, metadati, licenze, processi di pubblicazione, responsabilità sul dato). Qui si passa dalla teoria alla pratica: un dato non diventa riutilizzabile solo perché è “online”, ma perché è pubblicato in modo corretto, aggiornato, comprensibile e integrabile.

Dati aperti, dati protetti e dati di grande valore: tre logiche complementari

Per capire davvero cosa sta accadendo, conviene distinguere almeno tre categorie di dati, che rispondono a logiche diverse.

Dati aperti: trasparenza, riuso e innovazione

I dati aperti sono quelli che, non essendo soggetti a limiti particolari, possono essere pubblicati e riutilizzati liberamente. Qui l’obiettivo è massimizzare il valore: più il dato è chiaro, aggiornato e accessibile, più aumenta la possibilità che venga usato per creare servizi utili, analisi e strumenti digitali. Questa logica è coerente con la Direttiva Open Data, che promuove disponibilità in formati leggibili dalle macchine e condizioni di riuso chiare (Direttiva 2019/1024, art. 5 e art. 8).

Dati protetti: farli circolare senza esporli

Il Data Governance Act apre una strada diversa: non sempre i dati possono essere resi pubblici, ma spesso possono essere condivisi in modo controllato. Questo è un passaggio decisivo, perché consente di valorizzare dataset che altrimenti resterebbero inutilizzati, pur essendo estremamente utili per ricerca, pianificazione pubblica e innovazione. In questa prospettiva la PA non è solo un soggetto che “pubblica”, ma anche un soggetto che abilita accesso sicuro, definendo condizioni, processi e misure tecniche adeguate (Reg. UE 2022/868, Capo II).

Dati di elevato valore: una priorità strategica

La Direttiva Open Data introduce la categoria dei dati di elevato valore (Direttiva 2019/1024, art. 14). L’elenco operativo e le modalità concrete di pubblicazione sono definiti dal Regolamento di esecuzione (UE) 2023/138, che individua sei categorie tematiche (geospaziali, osservazione della Terra e ambiente, meteorologia, statistiche, imprese e proprietà, mobilità) e spinge su disponibilità e interoperabilità (Reg. UE 2023/138).

Dati.gov.it: da catalogo nazionale a motore del riuso

In questo contesto normativo e operativo, un tassello centrale per trasformare i principi in realtà è il portale dati.gov.it, che funziona come catalogo nazionale degli open data pubblicati dalle Pubbliche Amministrazioni. Il suo valore non sta solo nel rendere disponibili dataset, ma nel ridurre un problema storico della PA italiana: la frammentazione. Senza un punto di accesso comune, i dati rischiano di essere dispersi in decine di portali diversi, pubblicati in modi non uniformi e difficili da scoprire per coloro non conoscono già l’ente che li produce.

Dati.gov.it, invece, rende più semplice trovare informazioni su ambiente, trasporti, territorio, servizi pubblici, economia e molti altri temi, aiutando utenti diversi – cittadini, imprese, giornalisti, ricercatori – a individuare rapidamente dove si trova un dataset e con quali modalità può essere riutilizzato. È qui che si vede l’allineamento con il CAD e con la Direttiva Open Data: il portale diventa uno strumento concreto per rendere effettivi i principi di accessibilità e riuso (D.Lgs. 82/2005, art. 50 e art. 52; Direttiva 2019/1024, art. 5 e art. 8).

Dal punto di vista più tecnico, inoltre, dati.gov.it svolge una funzione importante di standardizzazione e interoperabilità: non si limita a elencare dataset, ma li organizza attraverso metadati strutturati, categorizzazioni coerenti e descrizioni utili a rendere i dati indicizzabili, confrontabili e integrabili. Questo è un punto spesso sottovalutato, ma essenziale: il valore dei dati cresce quando sono “leggibili dalle macchine”, aggiornati e collegabili ad altri dataset, anche tramite formati aperti e – quando disponibili – servizi automatizzati come API.

In prospettiva, il raccordo con il Data Governance Act è altrettanto interessante: se l’open data è il livello più visibile della politica dei dati, la governance dei dati protetti rappresenta il livello più evoluto. Avere cataloghi ordinati, dataset ben documentati e pratiche di pubblicazione mature è un prerequisito per affrontare anche la fase successiva: quella in cui i dati non sono più solo “pubblicati”, ma condivisi in modo responsabile, creando fiducia tra amministrazioni, imprese e mondo della ricerca (Reg. UE 2022/868, Capo II).

Benefici concreti per la PA e per la società: perché questa agenda conta davvero

Il valore delle politiche sui dati non si misura solo in quantità di dataset pubblicati, ma nei cambiamenti reali che possono produrre.

Per la Pubblica Amministrazione, un uso migliore dei dati significa prima di tutto servizi più efficienti: riduzione di duplicazioni, migliore pianificazione, processi più rapidi, minore frammentazione tra uffici e livelli istituzionali. Significa anche capacità di leggere il territorio in modo più accurato: ad esempio individuare criticità ambientali, gestire mobilità e traffico, monitorare la qualità dei servizi, orientare investimenti e interventi.

Per cittadini e imprese, invece, l’effetto è duplice: da un lato più trasparenza e controllo civico, dall’altro più opportunità di innovazione. Molti servizi digitali che oggi diamo per scontati (mappe, mobilità intelligente, analisi territoriali, strumenti di monitoraggio) nascono proprio dall’incontro tra dati pubblici e capacità di riuso.

Dati e intelligenza artificiale: una relazione sempre più stretta

Infine, c’è un aspetto che sta diventando centrale: l’intelligenza artificiale. L’IA non è solo una tecnologia “da comprare”: è un insieme di metodi che dipendono fortemente dalla qualità dei dati disponibili. E qui la PA ha un potenziale enorme.

Se i dati pubblici sono ben organizzati, aggiornati e interoperabili, diventano una base preziosa per:

  • analisi predittive su fenomeni sociali e territoriali,

  • ottimizzazione dei servizi pubblici,

  • supporto alle decisioni,

  • monitoraggio e prevenzione di rischi,

  • valutazione dell’impatto delle politiche pubbliche.

Ma soprattutto, un quadro normativo come quello europeo (Open Data, DGA, GDPR e AI Act) permette di sviluppare IA non solo “efficiente”, ma anche responsabile, cioè orientata al bene pubblico e compatibile con diritti e garanzie (Reg. UE 2024/1689).

E per concludere

In definitiva, la politica europea e nazionale sui dati non è un tema per addetti ai lavori. È una trasformazione che riguarda il modo in cui la PA produce valore: rendendo i dati accessibili quando possibile, condividendoli in modo sicuro quando necessario, e investendo su qualità e interoperabilità come condizioni per un vero salto digitale.

In questa prospettiva, strumenti come il CAD, la Direttiva Open Data e il Data Governance Act non sono semplici obblighi: sono la base per costruire una Pubblica Amministrazione più efficiente, più trasparente e più capace di guidare innovazione, anche in ottica intelligenza artificiale. E portali come dati.gov.it diventano l’esempio concreto di come le norme possano trasformarsi in infrastrutture reali, utili e misurabili, a beneficio dell’intero Paese.